Il turismo tra tasse e pandemia

Buongiorno professore, il 4 maggio, salvo sorprese, dovrebbe “riaprire” l’Italia e dovrebbero ripartire molte attività economiche. Da che punto riparte il turismo italiano?

L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza le lacune e la vulnerabilità delle politiche di programmazione turistica. Molti operatori si stanno, però, attivando per consentire la ripresa delle attività turistiche.

Sarà importante, però, porre in essere concrete azioni di marketing, mediante strategie di brand protection, attraverso la diffusione dell’immagine della destinazione, del marchio e la comunicazione istituzionale, per sottolineare il fatto che il turismo non è soltanto fattore economico, ma soprattutto fenomeno sociale, che mette in movimento una moltitudine di persone da un luogo ad un altro.

Negli anni passati il turismo è stato un forte attrattore economico-sociale, ma ha anche generato costi (in specie ambientali) elevati. Secondo lei come cambierà il turismo dopo la pandemia?

Il turismo ripartirà da una visione locale; si tratterà di un turismo di prossimità, un turismo interno e/o domestico, legato ai cammini, alle visite dei borghi, alle eccellenze regionali, alla cultura ed alle tipicità enogastronomiche.

I viaggiatori tenderanno a scegliere le destinazioni che danno garanzia dal punto di vista sanitario.

Occorrerà, quindi, predisporre un protocollo medico-sanitario standard che definisca le linee guida per la sicurezza della permanenza e pernottamento dei turisti; che attesti l’avvenuta sanificazione della struttura; che monitori la percezione di sicurezza che il turista potrebbe avere nella scelta della destinazione turistica.  Tutto questo a garanzia della Comunità locale, dei lavoratori del comparto turistico e della sua filiera.

Parliamo di imposta di soggiorno. Quali sono le caratteristiche principali di questo tributo e quali le distorsioni registrate dagli operatori del settore?

Mi permetta di fare delle considerazioni anche se non sarò breve. Tengo molto a questo argomento, perché è uno strumento di governance turistica importante in mano all’assessore comunale al turismo che in condivisione con l’amministrazione comunale gli consente di progettare, programmare e pianificare adeguatamente strategie turistiche stabili e strutturali per la crescita sociale ed economica della Comunità locale.

Allora, la  tassazione  applicata ai flussi  turistici  (tourist tax) è  piuttosto diffusa sia negli Stati Membri, sia in ambito extra EU; normalmente si tratta di imposte locali, perché introdotte da amministrazioni locali o perché beneficiarie sono le amministrazioni locali che sono meta di flussi turistici. In Francia, ad esempio, i comuni possono deliberare una taxe de sé-jour; in Spagna l’imposta è applicata solo in Catalogna e nelle Isole Baleari; in  Germania l’imposta comunale può prendere la forma di una tassa per la cultura (Kulturförderabgabe) o  di  un’imposta sui posti-letto (Betten-steuer); negli USA ogni Stato federale applica una sua propria State  lodging  tax.

Da un punto di vista ontologico, l’imposta di soggiorno è una diretta applicazione del Polluter Pays Principle (principio del “chi inquina paga”) ed è diretta a scongiurare le esternalità negative del turismo, in specie non stanziale. L’imposta in questione è uno  dei  pochi  strumenti  di  autonomia  impositiva  rimasto  alle amministrazioni comunali.

L’imposta di soggiorno (comunemente detta “tassa di soggiorno”) è stata introdotta con d.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011, in virtù del quale è stato stabilito che i Comuni possono decidere di applicare l’imposta ai turisti che pernottano nel territorio cittadino, per ogni notte che soggiorna nella città, allo scopo di finanziare attività di restauro e manutenzione i beni culturali siti nel territorio comunale, il che, anche in applicazione dell’art. 24 Cod. turismo.

L’imposta, che ha dei costi variabili, sia in base alla regolamenta-zione comunale, sia in base alla tipologia di alloggio turistico (hotel, B&B, ostelli, ecc.) ed alla qualità dello stesso (in base alle “stelle”), viene aggiunta al costo della camera e non può scorporata. Soggetto passivo è il turista . L’imposta deve essere incassata dal gestore o dal proprietario (quando si prende in affitto la stanza o l’appartamento), per poi essere versata al Comune, in mancanza di che può configurarsi la fattispecie p. e p. dall’art. 314 del codice penale (peculato) .

In generale, l’importo dell’imposta va da 1 a 5 € al giorno per per-sona. Ogni Comune può decidere autonomamente l’importo giornaliero e la durata del soggiorno in relazione al quale è applicata la tassa. Sono esenti alcune categorie di soggetti (i residenti, i bambini fino ai 10 o ai 14 anni, i disabili e loro accompagnatori, malati e loro assistenti se ricoverati presso strutture sanitarie, gli ospiti di ostelli della gioventù, il personale delle Forze Armate, gli autisti di pullman e gli accompagnatori turistici), previa presentazione delle certificazioni eventualmente richieste.

Roma è la città dove è più elevata l’imposta di soggiorno, seguita da Venezia, Firenze e Milano.

Quanto a Roma, ad esempio, il presupposto  di applicazione del  contributo  è  il  pernottamento  in  diverse e variegate strutture  ricettive, incluse quelle all’aria  aperta (campeggi, agriturismi, aree attrez-zate per la sosta temporanea), i bed and breakfast,  le case  e  gli appartamenti  per  vacanze,  le guest houses  e  gli affittacamere,  le case  per  ferie,  gli “hostel” o  ostelli,  le residenze  turistiche  alberghiere  e  gli alberghi, tutte situate nel  territorio di Roma Capitale.

Il Comune di Venezia, invece, è stato autorizzato, in base all’articolo 1, comma 1129, del maxiemendamento alla legge di bilancio per il 2019, “ad adottare nelle proprie politiche di bilancio, in alternativa all’imposta di soggiorno, l’applicazione del contributo di sbarco previsto per le isole minori. Inoltre, l’importo massimo consentito per entrambe tali misure è elevato a 10 euro” . Si tratta, a ben guardare, di una sorta di “carbon-tax” del turismo mordi-e-fuggi, perché la c.d. “tassa di sbarco” (che, peraltro, è già appli-cata da alcune isole minori come le Eolie e l’Elba) non va ad incidere su di un reddito (il turista sprovvisto di una stanza di alloggio, in effetti, non esprime un reddito tassabile, ma al più, la carenza di un reddito), ma è finalizzata soprattutto a scoraggiare le pratiche di turismo aggressivo ed (è il caso di dire) ondeggiante. I destinatari del prelievo sono, nel caso di Venezia, sia i turisti, sia i passeggeri delle grandi navi da crociera. A versare materialmente il tributo nelle casse comunali, mediante l’applicazione di un sovrapprezzo sui biglietti, dovrebbero essere le compagnie che effettuano servizio di trasporto con ogni mezzo in arrivo a Venezia.

Secondo stime autorevoli (Il Sole 24 Ore 30 dicembre 2018, Nuti), dalla nuova tassa potrebbe maturare un gettito annuo che oscilla tra i 40 ed i 50 milioni di euro, come risultato del versamento operato da 20 milioni di arrivi “giornalieri”, contro i 33 milioni annuali derivanti dall’ordinaria imposta di soggiorno.

Quanto alle distorsioni, queste riguardano giustappunto “lo scopo”: accade di assistere a sviamenti della finalità del tributo, posto che talune amministrazioni piuttosto che destinare tale gettito all’implementazione della finalità turistica lo destinano a altri scopi.

In merito è corretta e condivisibile l’analisi che recentemente ha fatto la Corte dei conti in materia (v. Corte dei Conti, Campania, Parere 3 ottobre 2018, n. 114): “il relativo gettito è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché’ dei relativi servizi pubblici locali”. Dalla norma si evince, quindi, che si tratta di un’imposta di scopo cioè “una forma d’imposizione avente la peculiarità di non essere finalizzata al finanziamento di una qualsiasi spesa pubblica, trovando la propria giustificazione nel collegamento tra imposizione e destinazione del gettito” (cfr. Corte dei conti, sez. contr. Puglia 210/2015 che richiama sez. Emilia Romagna, deliberazione n. 228/2014/PAR).“Ratio dell’introduzione delle imposte di scopo è da ricercare nella circostanza che, essendo queste ultime basate sulla correlazione “prelievo-beneficio”, determinano un miglior livello di accettazione sociale del sacrificio richiesto, essendo direttamente correlate alla specifica attività svolta dall’ente pubblico” (cfr. Corte dei conti, sez. contr. Emilia Romagna, 228/2014, cit.)”.

A soli fini di cronaca riferisco anche di un orientamento, non condivisibile, secondo cui l’imposta potrebbe essere destinata a qualunque servizio pubblico locale, anche solo indirettamente connesso con la finalità turistico-culturale, ma non è decisamente questa la ratio legis.

A tal riguardo va annotato quanto affermato dalla Cassazione (sez. VI penale) con sentenza 7 febbraio 2019, n. 6130: “le entrate [dell’imposta di soggiorno] sono destinate a ‘finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali’”, non di “qualsivoglia” servizio pubblico locale.

Bene. In che modo, allora, la tassa di soggiorno potrebbe consentire una ripresa del turismo in Italia?

Quello che si sarebbe potuto ipotizzare era di destinare tutto o parte del gettito da imposta di soggiorno al sostegno delle attività turistiche, specie per il settore ricettivo alberghiero ed extralberghiero; questo avrebbe aiutato le imprese ad attivare una serie di iniziative legate alla comunicazione ed alla promozione turistica. Attualmente, in effetti, non vi sono misure finanziarie specifiche per il sostegno al settore turistico. Eppure questo ha reso e può rendere moltissimo in termini di PIL.

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