Oneri concessori e Costituzione

Con la sentenza n. 64 del 10 aprile 2020, la Corte Costituzionale, nel dichiarare la parziale incostituzionalità dell’art. 2 della legge regionale Veneto n. 4 del 2015, ha reso importanti chiarimenti in ordine alla fattispecie degli oneri concessori.

Digesto.

Il TAR Veneto assume che la norma censurata non consentirebbe ai Comuni di “correggere il tiro” nella determinazione degli oneri concessori.

L’articolo, inoltre, avrebbe sostanziale efficacia retroattiva, essendo applicabile anche ai casi in cui la richiesta di conguaglio da parte dell’amministrazione sia stata effettuata prima della sua entrata in vigore.

Secondo il TAR Veneto, tale norma non è suscettibile di alcuna interpretazione costituzionalmente orientata, poiché esclude espressamente l’applicazione della norma statale di principio per il caso in cui i Comuni, erroneamente, non vi abbiano provveduto all’atto del rilascio del titolo edilizio.

Le censure di incostituzionalità.

Il rimettente premette che, nell’ambito della materia «governo del territorio», l’onerosità dell’attività edificatoria costituisce un principio fondamentale e che la medesima qualificazione va attribuita a tutte le disposizioni che, incidendo su tale principio, concorrono a determinarne l’effettiva portata, comprese le norme statali che stabiliscono le misure minime e massime dei costi connessi all’attività edificatoria.

Nei casi previsti dalla legge, tale attività deve essere assoggettata al pagamento di un contributo determinato in base alla disciplina applicabile al momento del rilascio del titolo.

L’art. 16, comma 9, del t.u. edilizia costituisce una norma di principio di coordinamento della finanza pubblica ai sensi dell’art. 119, comma secondo, Cost., poiché l’obbligo al pagamento del contributo di costruzione “trova la sua ragione nella compartecipazione del soggetto che assuma l’iniziativa edificatoria ai costi per la realizzazione delle opere di urbanizzazione, in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione consegue”. La difforme quantificazione del contributo condurrebbe ad una violazione degli artt. 117, comma terzo, e 119, comma secondo, Cost..

La giurisprudenza amministrativa ha da tempo affermato che l’atto di imposizione e liquidazione del contributo, quale corrispettivo di diritto pubblico richiesto per la compartecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, ha natura paritetica; il relativo importo, in quanto determinato interamente dalla legge, può essere rettificato dall’amministrazione in caso di errori, senza che di tanto il privato interessato possa lamentarsi, essendo anch’egli tenuto all’osservanza della norma di riferimento per la liquidazione.

La norma censurata, nell’assoggettare a disciplina peculiare un rapporto obbligatorio già sorto alla data della sua entrata in vigore, ed in particolare escludendone la modificabilità da parte del Comune una volta determinato l’importo in sede di rilascio del titolo, inciderebbe sul relativo regime giuridico, invadendo la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di “ordinamento civile”.

Infine è denunziata la violazione dell’art. 3 Cost. per irragionevolezza della disposizione censurata, che, disciplinando rapporti obbligatori di fonte legale integralmente definiti nel loro contenuto dalla medesima legge, ne regola diversamente gli effetti in dipendenza della circostanza, del tutto casuale, che il Comune abbia o meno fatto corretta applicazione della legge vigente al momento del rilascio del titolo.

Una norma retroattiva.

Secondo il TAR Veneto, l’art. 2 della l.r. 4/2015 ha anche portata retroattiva. La natura retroattiva della norma regionale censurata è anzitutto desumibile da un’interpretazione letterale della stessa.

Nell’introdurre i nuovi parametri per la determinazione della quota del costo di costruzione, l’art. 2, comma 2, della legge reg. Veneto n. 4 del 2015 ne dispone l’applicazione anche ai procedimenti in corso, relativi ai permessi di costruire nei quali il Comune non abbia ancora provveduto a determinare detta quota.

In continuità con tale previsione si colloca poi quella del comma successivo, qui censurato, che fa salve le determinazioni compiute “in diretta attuazione del comma 9 dell’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001solo ove avvenute all’atto del rilascio del titolo edilizio “e non con successiva richiesta di conguaglio.

Il dato letterale evidenzia pertanto la chiara volontà del legislatore regionale di non intaccare le determinazioni erroneamente compiute dai Comuni in base alla preesistente legge regionale, rendendo prive di effetto le successive richieste di conguaglio.

In merito la Corte Costituzionale rileva che la Regione Veneto ha progressivamente adottato tabelle per la determinazione della quota del contributo con proprie leggi regionali, fino all’adozione della citata legge regionale n. 61 del 1985, che prevedeva una quota minima dell’uno e mezzo per cento.  La tabella allegata a tale ultima legge non è stata adeguata alla “forbice” prevista dal t.u. edilizia (dal 5 al 20%).

Sul punto, la giurisprudenza amministrativa si è tuttavia ben presto orientata nel senso di ritenere immediatamente applicabile la norma statale, in quanto espressiva di una disciplina di principio, dettata al fine di assicurare uniformità nella determinazione del contributo in tutto il territorio nazionale.

Ed è proprio sulla scorta di tale orientamento che il legislatore veneto è intervenuto con la norma censurata, evidentemente destinata a riguardare i casi nei quali i Comuni, all’atto del rilascio del titolo, avevano determinato il contributo in base alla quota prevista dalla legge regionale, più ridotta rispetto a quella prevista dal t.u. edilizia, salvo poi domandarne l’integrazione a conguaglio una volta consolidatasi l’opzione ermeneutica favorevole all’applicazione immediata e diretta della legge statale.

Va quindi condivisa la tesi del TAR, secondo cui la norma censurata si applica anche alle richieste di conguaglio anteriori alla sua entrata in vigore; ne consegue una valutazione di sussistenza del requisito della rilevanza.

La norma oggetto di scrutinio, non consentendo la richiesta di conguaglio ai Comuni che avevano liquidato un importo inferiore all’atto del rilascio del titolo, esclude che la quota del costo di costruzione sia determinata in base ai parametri fissati dall’art. 16, comma 9, del t.u. edilizia in relazione a fattispecie che ne avrebbero prevista la necessaria applicazione.

Tale effetto determina la disapplicazione di una norma statale di principio nella materia “governo del territorio”.

L’art. 2, comma 3, della legge reg. Veneto n. 4 del 2015 deve, pertanto, essere dichiarato costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l’art. 117, comma terzo, Cost., nella parte in cui fa salve le determinazioni della quota del costo di costruzione in base all’art. 16, comma 9, del t.u. edilizia soltanto ove avvenute all’atto del rilascio del permesso di costruire, e non con una successiva richiesta di conguaglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *