Le categorie catastali “E”: problemi ed interrogativi

Con l’ordinanza V sezione n. 8186 del 27 aprile 2020, la Cassazione torna sulle modalità di classamento catastale degli impianti di risalita e fa il punto sulla categoria “E1”, ma poi “scivola” sulla categoria “E9”.

La vicenda in esame è stata decisa in merito alla situazione di un impianto sciistico valdostano.

La sezione V ha affermato che l’impianto di risalita (funivie, sciovie, seggiovie e simili) costituisce strumento indispensabile per il funzionamento di piste da sci, rifugi, posti di ristoro o pronto soccorso, depositi, ecc..

Si tratta di immobili aventi finalità turistico-economica, una destinazione esclusivamente commerciale connessa al soddisfacimento di fini ricreativi, sportivi o turistico escursionistici.

Se, però, l’impianto di risalita non è destinato solo all’attività turistica, ma può essere utilizzato anche in altri contesti, allora deve affermarsi che esso possa essere classificato nella categoria “E1”, destinata proprio agli impianti pubblici di trasporto.

Anche la parziale utilizzabilità “pubblica” di una infrastruttura di trasporto la conduce nell’alveo della categoria E1

Non assume rilievo, ai fini del classamento in categoria “E” il fatto che il soggetto esercente sia un “concessionario pubblico”.

Per la Cassazione, gli immobili rientranti nel gruppo “E” sono indicati in maniera analitica e specifica, con metodo casistico che non legittima una estensione a tutti gli immobili di rilevanza pubblica.

Dunque, solo gli immobili che hanno le caratteristiche ontologiche specifiche previste dall’art. 8, comma 2, del d.p.r. 1 dicembre 1949, n. 1142 possono essere categorizzati come “a destinazione speciale o particolare”.

Si accede alla categoria “E”, inoltre, sulla base di un accertamento di fatto, compiuto in base al D.L. 3 ottobre 2006, n. 262, convertito in L. 24 novembre 2006, n. 286, che è intervenuto sulla materia dell’accatastamento dei beni in categoria E.

L’art. 2, commi 40, 41, 42, 43, 44, 45 del decreto legge convertito prevedono il divieto, per le unità censite sotto le categorie E/1, E/2, E/3, E/4, E/5, E/6 ed E/9 di comprendere “immobili o porzioni di immobili destinati ad uso commerciale, industriale od ufficio privato ovvero ad usi diversi, qualora gli stessi presentino autonomia funzionale e reddituale” (e, per “autonomia funzionale”, si intende la possibilità del bene di produrre “un reddito indipendente ed autonomo” rispetto a quello degli altri cespiti).

La categoria “E9” ed i dubbi interpretativi mai sopiti.

Dunque, se il bene ha una “funzione commerciale, industriale o professionale” o se produce un reddito suo proprio (anche solo virtuale) non rientra nelle categorie “E”.

Ma, allora, per l’inquadramento in categoria “E” conta pure la funzione del bene? E, in questo caso, come la si “dimostra”? E, soprattutto, come è possibile che la funzione “del bene” sia rilevante, mentre le caratteristiche soggettive del detentore no?

Questi interrogativi rimangono appesi e sono, anzi, accentuati dalle righe successive dell’ordinanza.

Continua, infatti, la Suprema Corte, considerando che anche per quanto riguarda la categoria residuale “E9” il fatto che il possessore abbia natura pubblicistica non ha alcuna rilevanza, posto che in tale categoria rientrano beni che “oggettivamente” presentino una “particolarità della destinazione”.

Qua, sinceramente, il discorso si fa meno lineare.

La categoria “E9”, infatti, come ricorda la Corte, è una categoria residuale, dove confluiscono tutti gli immobili che non sono stati oggetto di una specifica considerazione nelle precedenti categorie.

Tanto per citare un esempio a noi caro, in questa categoria sono ricompresi (e si può affermare che “sono” ricompresi solo dal 2020) anche i beni affidati ex lege ai Consorzi di bonifica.

Questi sono, contemporaneamente, enti pubblici economici, organismi di diritto pubblico ed esercenti un Servizio di interesse economico generale (SIEG).

Come ricorda l’ANAC (parere AG 1/2012), infatti, “la personalità giuridica di diritto pubblico del Consorzio di bonifica è pacifica in dottrina e in giurisprudenza che, in particolare, qualifica normalmente detti consorzi quali enti pubblici economici. Con particolare riferimento al diritto dei contratti pubblici, peraltro, si rileva che i Consorzi di bonifica sono elencati nell’allegato III del d. lgs. n. 163/2006, recante elenco degli organismi e delle categorie di organismi di diritto pubblico nei settori ordinari. In virtù di tale previsione il Consorzio di cui trattasi è, fino a prova contraria, un organismo di diritto pubblico e, pertanto, un’amministrazione aggiudicatrice”.

Tuttavia, come è noto, gli organismi di diritto pubblico sono tali proprio perché (per legge) non svolgono compiti di carattere commerciale, industriale o professionale.

La Cassazione, però, ha sempre negato che i beni destinati alla bonifica potessero essere inquadrati in categoria “E”, in base ad una loro presunta utilizzabilità “a fini commerciali”.

Ma, allora, i Consorzi di bonifica, per stare dietro alla Cassazione:

  • detengono beni non inquadrabili in categoria “E”, perché questi sarebbero “industriali”;
  • contemporaneamente, però, sono organismi di diritto pubblico (e quindi non svolgono attività industriale)…

…ma, se così fosse, questi beni irrigui che se li tengono a fare?

Ogni tanto sarebbe meglio ammettere di aver fatto qualche errore interpretativo e voltare pagina.

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