I principi costituzionali del diritto tributario

In ambito costituzionale, i principi generali del diritto tributario sono evincibili da una serie di articoli (3, 23, 53, fondamentalmente) e sono specificati dall’attività interpretativa della Corte costituzionale, che, nel corso degli anni, ha riservato particolare attenzione alla materia tributaria.

Si tratta di questioni sempre aperte, perché la norma tributaria si adegua progressivamente e (per quanto possibile) all’evoluzione dello scenario economico, affrontando volta per volta fattispecie nuove (pensiamo alla tassazione delle criptovalute; fattispecie “impensabile” nel momento di approvazione del TUIR, che pure ha trovato il suo codice in dichiarazione dei redditi).

La ragionevolezza.

Il legislatore è il destinatario del principio di ragionevolezza.

Questo è evincibile dall’art. 3 della Costituzione ed è classicamente affiancato ai principio di proporzionalità e di uguaglianza.

Quest’ultimo principio impone al legislatore di trattare fattispecie uguali in modo uguale e fattispecie diverse in modo diverso.

Tanto porta a riconoscere carattere patologico a scelte normative che non si collocano nell’alveo dell’uguaglianza e che trattano in modo dissimile fattispecie simili ed in modo simile fattispecie simili.

Numerose sono le sentenze della Corte Costituzionale relative al “principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento; [al]la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto; [al]la coerenza e [al]la certezza dell’ordinamento giuridico; [a]l rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario” (v., da ultimo, Corte Cost., sentenza n. 70 del 2020).

La legalità.

Il principio di legalità stabilisce che le imposte possono essere istituite solo in base ad una “legge” (in senso sostanziale).

L’articolo 23 della Costituzione afferma che nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. In questo ambito, il concetto di legge è da intendersi in senso sostanziale.

Come ricorda la Consulta, “Il rispetto della riserva di legge, seppur relativa, prescritta dall’art. 23 Cost. richiede che la fonte primaria stabilisca sufficienti criteri direttivi e linee generali di disciplina, richiedendosi in particolare che la concreta entità della prestazione imposta sia desumibile chiaramente dalla legge” (sentenza 139 del 2019).

L’art. 53 della Costituzione.

In ambito tributario, la disposizione della Costituzione che sicuramente assume un rilievo centrale ed imprescindibile è l’art. 53.

Questo breve articolo (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario e’ informato a criteri di progressività”) detta rilevanti principi in materia di diritto tributario.

I principi evincibili dall’art. 53 Cost. sono quelli di “universalità” (tutti i cittadini sono tenuti a contribuire alle spese pubbliche) e di “progressività” (l’imposizione fiscale cresce all’aumentare della capacità contributiva, intesa come reddito, patrimonio o anche consumo).

Come ribadito a più riprese dalla corte Costituzionale, il modello di tassazione delineato dalla Costituzione non è “uniforme”. Il legislatore non è vincolato al rispetto di criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di imposizione tributaria.

Quello che, al contrario, richiede la Costituzione è il rispetto della capacità contributiva, in coerenza con il sistema costituzionale informato a criteri di progressività e di eguaglianza. Quindi è lecito imporre un onere fiscale maggiore a determinati settori economici o a determinati indici reddituali.

Questa situazione di maggiore carico fiscale gravante su determinate categorie di soggetti si è verificata più volte nel nostro ordinamento e più volte è stata ritenuta coerente con le finalità costituzionali.

Numerosi sono stati anche i casi di inasprimento dell’imposizione a determinati settori produttivi o a determinate tipologie di redditi o di patrimoni o di elementi del tutto scissi dal rapporto tributario vero e proprio (per esempio, furono ritenute costituzionalmente legittime: la sovraimposta comunale sui fabbricati, l’imposta straordinaria immobiliare sul valore dei fabbricati, il tributo sui depositi bancari e postali, il contributo straordinario per l’Europa).

Neppure mancano casi in cui la differenziazione tributaria ha assunto carattere strutturale e non temporaneo, pur essendo ritenuta legittima dalla Consulta.

Si può ricordare l’addizionale sulle remunerazioni in forma di bonus e stock options o la previsione di aliquote differenziate per settori produttivi e per tipologie di soggetti passivi dell’IRAP a favore di agricoltura e piccola pesca ed a svantaggio di banche, finanziarie ed assicurazioni.

Conclusivamente, i principi affermati nella giurisprudenza costituzionale non impongono un’uniformità di tassazione e, tuttavia, vietano le differenziazioni ingiustificate, arbitrarie, irragionevoli o sproporzionate. Non ogni diversificazione del sistema impositivo costituisce una violazione del principio di capacità contributiva e del principio di eguaglianza.

Tuttavia, ogni diversificazione deve essere sostanzialmente giustificata in base ai principi di cui agli artt. 3 e 53 Cost.; in mancanza di un tale ancoraggio, possono verificarsi ipotesi di disposizioni fiscali irragionevoli o arbitrarie o ingiustificate e, dunque, costituzionalmente illegittime.

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